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Franco Bosio, Natura, Mente e Persona. La sfida dell’intelligenza artificiale.
Il Poligrafo, 2006

di Flavio D'Abramo

Che alcuni lavori editoriali siano decisamente provocatori, se ne ha quotidianamente prova, e che alcune di queste opere abbiano la capacità di rafforzare le posizioni teoriche opposte, ne avremo prova attraverso il libro di Franco Bosio, che si compone di molteplici saggi, in cui l’estrema posizione dell’autore viene subito delineata con una citazione di Heidegger: “la scienza non pensa” (p. 13). Che la scienza non pensi ne siamo certi tutti quanti. Bisognerebbe pure interrogarsi su ciò che intende Heidegger – quando la scienza e gli scienziati si occupavano di stilare i protocolli scientifici per tutte le persone che vennero internate, torturate e uccise dagli uomini del Terzo Reich. Ma questo libro sembra essere alieno sia alle categorie analitiche, che a quelle storiche.

Ciò che viene criticata è l’incapacità della scienza di fare a meno della “presa oggettivante sul mondo” (p. 14). L’oggettivazione è una categoria semiotica che è propria della cultura, dei testi, di qualsiasi elaborazione culturale con cui il soggetto costituisce, al di fuori di sé, attraverso segni o segnali di diversi tipi, una descrizione, un racconto, una spiegazione, o una rappresentazione dell’oggetto di studio, affinché possa divenire un’elaborazione comprensibile ad altre persone, dunque condivisibile. L’oggettivazione e la condivisione del sapere sono due presupposti costitutivi della scienza così come della filosofia, anche se con il presente testo si cerca continuamente di sfuggire ad entrambe. Se poi le generalizzazioni sono troppo ampie, cosa di cui il presente volume dà ampia prova, allora la presa oggettivante della scienza diviene, in qualche modo, la presa, non oggettiva, della realtà da parte dell’autore. Ma se “la filosofia cerca sempre più di quanto la scienza si proponga” (p. 18), non dimentichiamoci che la scienza non è un tutto omogeneo, perché le condizioni politiche, sociali, e geografiche in cui sono posti gli scienziati influiscono e spesso determinano la scienza stessa, tanto che in alcune tradizioni culturali scienza e filosofia spesso coincidono ed alcune volte scienza e filosofia sono al servizio della collettività, della società civile. Sembra allora che nella “scienza” di Bosio sia implicita una tecnica che muove le riflessioni dell’autore, e che di fatto viene distinta nelle prime pagine: “la tecnica ha generato scompensi e squilibri, ecologici, sociali e geografici, ai quali sembra tutt’altro che facile apprestare rimedi risolutivi e decisivi” (p. 21). Ma cos’è che genera tutto ciò? La tecnica oppure le persone e le relative ideologie rese attuali attraverso l’agire politico, economico e militare? Che “il mondo delle scienze, della biologia, delle scienze cognitive, va alla ricerca di una sicura unificazione dei suoi fondamenti”, è vero solo in parte. Bosio mostra di abbracciare la critica alle scienze cognitive proposta da Francisco Varela, Humberto Maturana, Eleanor Rosch ed Evan Thompson, attraverso i loro importanti testi scientifici. Delle opere degli autori che hanno ideato la teoria dell’autopoiesi, più che ricordare le critiche scientifiche, Bosio sembra far appello soprattutto alla chiusura organizzativa degli organismi biologici, per poi ricondurre il percorso di ricerca a una “interiorità e spiritualità” (p. 21) e a una “trasmutazione dello spirito umano […] che la ragione è incapace di cogliere” (p. 24). Tra l’altro questo percorso accomuna l’autore a uno dei testi da lui stesso citati: The embodied mind, di Rosch, Thompson e Varela, in cui gli autori affermano l’importanza della consapevolezza raggiunta attraverso la pratica di una particolare scuola buddista. Che la scienza da sola non possa abbandonare il bisogno di unità della ragione, e che Bosio rivendichi il “pensare” come categoria filosofica, è davvero gran cosa, tuttavia l’autore dimentica le molte opere, oltre a quelle qui citate, di scienziati che, prima di lui e in maniera più articolata hanno mostrato i limiti della scienza – si pensi anche all’opera di Thomas Kuhn che ancora ispira molti filosofi della scienza.

“L’inarrestabile e stritolante avanzata della tecnica” (p, 21) viene, tra le altre indicazioni ostensive, intesa come “la vittoria sulle malattie più incurabili”, dunque l’autore sembra voler criticare anche il sapere e le pratiche mediche. Tuttavia la tecnica e il suo uso scellerato provoca sempre più spesso non “la vittoria sulle malattie più incurabili” (p. 21), ma le stesse malattie incurabili. Infatti le microscopiche modificazioni e manipolazioni della materia, sono sempre più diffuse e provocano, quando non opportunamente monitorate e anche grazie alla loro invasività, mutazioni genetiche e mali incurabili. È la “filosofia”, quando proclama la sua autonomia e superiorità per cercare di dirimere questioni scientifiche, a diventare un ostacolo alla vita e al benessere. Spesso, additando la tecnica, si reagisce al veloce cambiamento, cui tutti assistiamo e in cui la tecnica e il metodo costituiscono i due volti più facilmente riconoscibili che sono, in parte, causa dei processi catastrofici di cui l’autore parla. “Gli scompensi e gli squilibri ecologici sociali e geografici” (p. 25) sono messi in luce dagli stessi procedimenti scientifici e dall’ausilio di tecniche analitiche, ma Bosio sembra non distinguere questi due usi.
Che le “visioni da incubo di una terra popolata e devastata da mostri orrendi creati dall’uomo e sfuggiti dal suo controllo popolano le fantasie del prossimo futuro” (p. 22) è un’interpretazione tutta particolare di alcune vecchie enunciazioni; tra il 1858 e il 1877, Claude Bernard, padre della moderna fisiologia, scrive, in ciò che viene pubblicato nel 1949 con il titolo di Principes de médecine expérimentale che “quando la fisiologia sarà molto avanzata, il fisiologo potrà fare degli animali nuovi, così come il chimico produce dei corpi che sono in crescita ma che non esistono nell’ordine naturale delle cose […] ma la fisiologia, per operare tutte queste modificazioni, dovrà agire scientificamente e rendersi conto di quello che fa perché essa conoscerà le leggi intime della formazione dei corpi organici, come il chimico conosce le leggi interne della formazione dei corpi minerali” (p. 117). Dunque le possibilità scientifiche vengono limitate, nell’immaginazione normativa di Claude Bernard, dai limiti forniti dalla conoscenza delle leggi che governano i corpi biologici. Così con la spiegazione scientifica con cui si va alla ricerca delle cause dei fenomeni, si cerca di individuare le leggi che governano tali fenomeni e che limitano l’uso stesso della tecnica. Chi contrappone alla ricerca delle cause una mera spiegazione predittiva, dovrebbe farsi coraggio, ed impegnare la propria immaginazione per contribuire ad una scienza fatta dalle persone e per le persone. La questione sugli organismi geneticamente modificati, più volte citata nel libro, pone  grandi problemi, non tanto per l’intervento dell’uomo sulla natura – che, se fosse accompagnato da un principio di precauzione,potrebbe anche essere benefico –  quanto per gli ulteriori squilibri economici e politici che si creano tra le multinazionali che possiedono quella tecnologia, e gli Stati in via di sviluppo a cui viene propinata. Sono molti gli scienziati consapevoli che, oltre ad essere impegnati nella ricerca delle cause, cercano di delineare “il destino e la posizione dell’uomo nel cosmo”, anche se per l’autore “non abbiamo più modo di formarci questa idea” (p. 23). Stephen Jay Gould, oltre a essere il più importante divulgatore scientifico dell’ultimo secolo è anche uno dei paleontologi più impegnati dal punto di vista sociale e civile; tra il 1973 e il 1977 pubblica con altri naturalisti, in Paleobiology, una serie di articoli che, ancora oggi, costituiscono una chiara dimostrazione dei limiti dell’attuale determinismo genetico neo-darwinista. Nell’articolo del 1975, The shape of evolution: a comparison of real and random clades, mette in luce, attraverso studi analitici, il carattere finito di qualsiasi specie vivente, e la relazione tra l’estinzione delle specie e le relative cause complesse: cambiamenti genetici, morfologici, ecologici e biogeografici. Bisogna dar ragione a Bosio, la tecnica aumenta effettivamente la precarietà dell’esistenza, tuttavia, l’autore giunge a questa conclusione criticando la tecnica e la scienza tout-court; sembra invece che la relativa precarietà sia frutto, non solo di una particolare politica che implica il relativo cattivo uso della tecnica e della scienza – si pensi alla pericolosità di alcune tecnologie nucleari – ma anche dell’estensione cognitiva derivata dall’accrescimento degli strumenti teorici – ad esempio le teorie evoluzionistiche o quelle ecologiche – disponibili per operare analisi razionali con cui poi vengono interpretati fenomeni di durata temporale sempre più ampia.

Nei saggi che vertono sulla filosofia della mente, e che danno in qualche modo forma alla seconda parte del titolo del libro –  La sfida dell’intelligenza artificiale – Bosio cerca di affrontare il problema della relazione tra mente e corpo, tra coscienza e corporeità. L’autore mette in luce come la mente sia in tutto il corpo e non solo nel cervello, un’osservazione molto pertinente, anche se la mente, secondo alcune interpretazioni che possono esser fatte risalire ad Ippocrate di Kos, e che giungono ai giorni nostri attraverso la linguistica cognitiva o attraverso le interpretazioni evoluzionistiche, i fenomeni osservabili negli organismi sono parte di un tessuto molto più ampio, ad esempio di quello linguistico ed interspecifico. Tra l’altro i due livelli, linguistico e coevolutivo, si integrano. George Lakoff e Mark Johnson svelano come la corporeità sia all’origine di molteplici metafore linguistiche. Charles Darwin, Niels Eldredge, Stephen J. Gould, Richard Lewontin, solo per citare alcuni grandi scienziati e pensatori, mostrano come, tra gli organismi viventi più diversi, siano attive molteplici forme di cooperazione che di fatto rendono possibile la biodiversità e dunque l’esistenza della nostra stessa specie.

L’approccio di Bosio sembra essere sostanzialmente vitalistico. La “causa vitale” (p. 46) viene indicata come principio della vita. L’autore nota che il principio della macchina non risiede solo nei processi fisico-chimici su cui la macchina si fonda. Tuttavia la “macchina” vivente è qualcosa che va oltre le considerazioni di carattere finalistico. “L’appartenenza, del tutto innegabile, di un’eterogeneità di causalità fra il piano mentale e quello fisiologico” (p. 56) andrebbe articolata, a discapito di quanto propone Bosio, attraverso una stratificazione tra le diverse scienze, filosofia inclusa. Il primato della filosofia diviene, con il presente volume, un’inclinazione teleologica, ovvero un tentativo di trovare una causa ultima. In particolare: “è impossibile che un sistema vivente nasca da un nulla di vita, e perciò un sistema vivente ha le sue radici in un evoluzione che si potrebbe chiamare prebiotica, teleoclinamente orientata” (ivi). A detta di Bosio, i modi di simulazione delle macchine cibernetiche – i computer – sarebbero “mezzi artificiali ed impropri di riproduzione di questi fenomeni” (ivi). Ricollegandosi ad una vecchia tradizione, che nel migliore dei casi fa capo al vitalismo e nel peggiore, alle posizioni cattoliche sulla vita, Bosio rivela così il nocciolo del suo modo di affrontare la spinosa questione filosofica. “Cercando fragili ed opinabili punti di saldatura fra la vita e l’inanimato” (ivi) autori come D’Arcy Thompson, propongono critiche di quel principio teleologico costituito dalla selezione naturale e su cui è basata gran parte della biologia dell’ultimo Novecento, che in alcuni casi del passato, e in molti altri a noi contemporanei, costituisce una scienza strumentale ed ideologica i cui limiti e dogmatismi spesso la accomunano a quella falsa scienza costituita dalle posizioni cattoliche. Da autori come Thompson proviene proprio la ricerca delle leggi fisiche e matematiche che regolano gli organismi e che costituiscono lo sfondo teorico di ambiti della ricerca di base come la genetica dello sviluppo. Così Bosio, invece di criticare con efficacia la “scienza che non pensa” sembra rendere vana qualsiasi arma della critica, compresa quella che proviene dalla scienza stessa. L’autore fornisce dunque una critica indiscriminata della scienza e della tecnica e, allo stesso tempo, elude qualsiasi proposta costruttiva, un atteggiamento di cui neppure Ned Ludd andrebbe fiero. Infatti, i luddisti distruggono gli strumenti tecnici per un altro fine: la lotta di classe.

Secondo l’autore “la visione evoluzionistica […] risolve tutto con l’adattamento e con l’adattabilità” (p. 58). Darwin asserisce tuttavia che alle variazioni cui vanno incontro tutti gli organismi non corrispondono sempre cambiamenti adattativi e che l’adattamento non spiega gli organi rudimentali o vestigiali. Circa la pretesa dell’approccio teleologico di voler spiegare in termini adattativi tutti i caratteri degli organismi – dalla morfologia alla distribuzione geografica – Darwin osserva che in molti casi la spiegazione va cercata ricorrendo al principio di eredità e non all’adattamento. Il potere esplicativo dell’approccio adattamentista, messo a punto durante gli anni Cinquanta del Novecento nella Nuova Sintesi, è così forte tra i non addetti ai lavori, da costituire una vulgata semplificata della teoria evolutiva in cui l’evoluzione viene identificata con l’adattamento. Dagli anni Settanta in poi, autori come Gould, Lewontin o Vrba, sollevano molte critiche al programma pan-selezionista, contro chi è incline a giudicare e spiegare i caratteri degli organismi ricorrendo a una spiegazione di tipo funzionale, ovvero un discorso con cui si cercano di spiegare i caratteri degli organismi solo come risultato della selezione naturale, scartando a priori altri tipi di interpretazioni come i vincoli architettonici dello sviluppo dei corpi biologici, gli effetti della deriva genetica, ecc. Lo stesso Darwin, nell’edizione dell’Origins of species del 1872, cerca di rettificare i fraintendimenti che seguivano dalle edizioni precedenti: “Poiché le mie conclusioni sono state recentemente travisate, e si è detto che io attribuisco la modificazione delle specie esclusivamente alla selezione naturale, mi permetto di sottolineare che nella prima edizione di questo lavoro, e anche successivamente, ho collocato in una posizione preminente – cioè alla fine dell'Introduzione – le seguenti parole: «Sono convinto che la selezione naturale sia stato il principale, ma non esclusivo, mezzo di modificazione». Ciò non è stato di alcuna utilità. La portata del costante fraintendimento è ancora grande” (p. 421).

Non è una novità che la tradizione culturale e scientifica italiana subisca moltissime ingerenze da altri ambiti, ideologici e derivanti da posizioni falsamente scientifiche. Questo libro ne è ulteriore prova. I problemi non risiedono nella scienza, ma nel primato dell’economia, della religione o della “filosofia” sulla scienza. In un volume dell’epidemiologo Paolo Vineis, Equivoci bioetici, di recente pubblicazione, viene messo in risalto come le cellule staminali embrionali possono, almeno in teoria, essere “utilizzate per sostituire tessuti danneggiati, come nel caso delle aree necrotizzate del cuore in seguito a un infarto, o nel caso della degenerazione del tessuto nervoso che accompagna malattie devastanti come il Parkinson o l’Alzheimer. Anche la cura del cancro può trarre giovamento dall’uso di cellule staminali, come suggerirebbero alcuni iniziali esperimenti di un gruppo di ricerca italiano nella terapia dei glioblastomi cerebrali” (p. xiii). Ma la Chiesa cattolica, considerando l’embrione come uno di noi, equipara l’uso di embrioni per scopi di ricerca ad un assassinio. Ecco dunque che, attraverso la potente ingerenza delle gerarchie Vaticane nella sfera delle leggi dello Stato Italiano, ciò che auspica Franco Bosio, diviene realtà: “l’inarrestabile e stritolante vittoria della tecnica”, che condurrebbe, tra le altre cose, alla “vittoria sulle malattie più incurabili” è scampata. Questa è una posizione che oltretutto rende possibile il monopolio di quella selezione naturale che lo stesso autore, pensandola come unica forza della spiegazione evolutiva insieme al meccanismo dell’adattamento, ed attribuendola impropriamente a Darwin, critica. Tutto ciò riporterebbe all’antico ideale in cui “l’impronta dell’intelligenza regnava su tutto” (p. 23). Dei tanti limiti, questo oscurantismo non permette di chiarire le questioni bioetiche. Ad esempio, sulle cellule staminali è giusto distinguere, la ricerca che risponde solo all’arroganza intellettuale degli scienziati, da quella che risponde al concreto sviluppo di terapie per malattie terribili (Vineis 2006).
Diviene così sempre più urgente, nella misura in cui appare sempre più lontano, un auspicio di secolarizzazione e di autonomia della scienza dall’ideologia e dalla religione. John Ziman, nel saggio Scienza e società civile, che apparirà in un volume di prossima pubblicazione (Il genere nel paesaggio scientifico, curato da Elena Gagliasso e Flavia Zucco) scrive che “poiché il pubblico e la scienza si incontrano così frequentemente e in circostanze così diverse, è molto difficile trarre delle generalizzazioni sulle attitudini sviluppate in questa interazione, o sulle conseguenze che scaturiscono nella profondità della psiche del pubblico o nelle stanze segrete della torre d’avorio”. Nonostante la scienza e la tecnica sono continuamente criticate, va sottolineato che i poteri che la plasmano sono molti: il governo, l’industria, il commercio, il potere militare, quello clericale, ecc. In una società pluralistica come la nostra, i ruoli che ricoprirà la scienza saranno molteplici. La società civile potrà annoverarla come bene prezioso, un bene che risiede nel suo ruolo non-strumentale e che ha caratterizzato la ricerca dei periodi più illuminati (Ziman 2007). Così connotata la scienza è pubblicamente condivisa, al contrario di quella usata a fini speculativi su cui pendono brevetti e proprietà intellettuali; copre un’ampia area di interesse pubblico: la salute, le risorse energetiche, le risorse alimentari, il pubblico impiego, la conservazione della natura ecc. La consapevolezza dei relativi rischi e le analisi di come possano essere evitati scaturisce originariamente da scienze come l’ecologia, la climatologia, l’epidemiologia e l’economia. Per esempio, l’idea che ci sia un effetto serra che può produrre un riscaldamento globale disastroso emerge dalla ricerca scientifica non strumentale.
Nonostante il moralismo autoritario di Franco Bosio, possiamo affermare che questa scienza è di capitale importanza per il benessere della società e che, nel tentativo di minarla alle radici – cosa che oramai accade anche all’interno dell’accademia in cui le priorità sono sempre più quelle tecnocratiche –  ancora una volta, viene messa alla prova un’organizzazione del sapere che rappresenta una delle più alte espressioni delle società democratiche.

PUBBLICATO IL : 22-07-2007
@ SCRIVI A Flavio D'Abramo
 

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