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F. Saussure, Scritti inediti di linguistica generale.
Laterza, 2005

di Giulia Piredda

Durante i lavori di sgombero della casa ginevrina dei Saussure, nel 1996 sono state trovate alcune note sparse scritte di pugno dal celebre linguista Ferdinand, pubblicate quest’anno da Laterza con il titolo di Scritti inediti di linguistica generale [SLG]. Delle Note, conservate nella Biblioteca pubblica e universitaria di Ginevra come Notes personelles de Ferdinand de Saussure sur la linguistique générale, in seguito all’edizione francese Gallimard [2002] curata da Rudolf Engler e Simon Bouquet, giungono al pubblico italiano le sezioni intitolate L’essenza doppia del linguaggio e Nuovi item. L’edizione è curata, come da tradizione, da Tullio De Mauro.
Il testo è databile, attraverso un complesso intreccio di indizi interni ed esterni ad esso, intorno alla seconda metà degli anni Novanta dell’Ottocento. Sarebbe precedente, quindi, ai corsi, tenuti tra il 1907 e il 1911, da cui poi venne estratto, a tre anni dalla morte di Saussure, il Corso di Linguistica Generale [CLG, prima edizione 1916]. Si tratta di appunti di lavoro contenenti segni di successive riletture critiche, che dovevano costituire la base per un libro che mai vide la luce. Frammenti di lavoro talvolta incompleti in cui è tuttavia possibile rintracciare una continuità tematica e una forte omogeneità con il pensiero saussuriano emerso grazie all’opera esegetica condotta dagli interpreti sul CLG.

Negli SLG si scorgono dunque le radici dell’impianto teorico che verrà sviluppato nei corsi ginevrini di linguistica generale. Alcuni concetti centrali, come quelli di entità linguistica e di valore, sono già presenti nella loro compiutezza. Altri si intravedono, sviluppati solo in parte, come è il caso della parallelia, che indica un tipo di rapporti tra le parole che nel CLG rientrerà nei rapporti detti associativi. Nonostante il carattere asistematico e talvolta lacunoso del testo, che si compone di una serie di paragrafi minuscoli, è possibile riconoscere in esso i tratti di un disegno che, in seguito, ingrandito e maggiormente articolato, andrà a costituire l’oggetto dei corsi.
È opportuno tuttavia precisare che in queste Note alcune scelte terminologiche non sono ancora giunte a maturazione, dunque si troveranno differenze rilevanti rispetto agli usi, ormai entrati nella tradizione, presenti nel CLG. Negli SLG segno indica ciò che nel CLG si chiamerà significante, e significazione ciò che diverrà il significato. Appaiono inoltre in questi scritti termini radicalmente nuovi, che poi scompariranno, tra cui la già citata parallelia, e il quaternione. Si tratta di un termine derivato dall’algebra, che indicava originariamente il 10 come la somma della successione dei primi quattro numeri interi, poi un insieme ordinato di quattro numeri, ora un numero ipercomplesso. Da Saussure è utilizzato per riferirsi all’insieme dei quattro elementi che è necessario tenere presenti se ci si vuole occupare delle entità linguistiche. I quattro elementi sono un segno (leggi: significante), la sua significazione, la differenza generale tra i segni e quella tra le significazioni. Tra questi quattro elementi è opportuno osservare i tre rapporti oppositivi: fra il segno e gli altri segni, fra il segno e la sua significazione, fra la significazione e le altre significazioni.

Nelle Note domina prima di tutto una sentita preoccupazione epistemologica per la definizione dell’oggetto e del compito della linguistica. Si tratta di un’interrogazione quasi ossessiva, per sancire ancora una volta (in verità, vista la datazione del testo, forse per la prima volta) la specialità della linguistica come scienza, dovuta al suo aver a che fare con oggetti non dati dai sensi, ma derivabili solo dall’unione di due elementi eterogenei: una forma acustica e un’idea. Le entità linguistiche non esistono di per sé, ma sono già frutto di una generalizzazione. Lo studio della lingua può essere affrontato adottando diversi punti di vista e questa scelta determina gli oggetti con cui si avrà di volta in volta a che fare. «[…] non c’è la minima traccia di fatto linguistico, la minima possibilità di percepire o determinare un fatto linguistico fuori dall’adozione preliminare d’un punto di vista» (§ 3b, p. 17). Negli SLG troviamo un primo abbozzo della classificazione dei punti di vista possibili per abbordare l’oggetto lingua [§ 2e, pp. 12-13], in cui si delinea la distinzione fondamentale tra punto di vista sincronico, che qui è denominato istantaneo o sinottico, e diacronico, che talvolta è indicato come anacronico.

L’entità linguistica, di natura bifacciale, non è costituita, come vorrebbe una visione ingenua della lingua criticata da Saussure, da un lato materiale (il suono) e uno spirituale (l’idea). Immagine acustica e idea hanno entrambe natura spirituale, non si possono analizzare separatamente e appartengono alla langue. L’unione del segno e della significazione, vale a dire l’entità linguistica, viene paragonata dall’autore, non ad una composizione, bensì a un miscuglio chimico, «quale è il miscuglio di azoto e di ossigeno nell’aria che respiriamo, sicché l’aria non è più l’aria se ne sottraiamo l’azoto o l’ossigeno, e tuttavia niente lega la massa d’azoto sparsa nell’aria alla massa d’ossigeno» [§ 2a, p. 8]. Le entità linguistiche, e così i fatti che il linguista si trova a fronteggiare, sono fatti di coscienza, «elementi destituiti nella loro complessità di una unità naturale» [ibidem]. È questo che rende la linguistica una scienza particolare. Essa ha a che fare con unità immaginarie, che in realtà non si costituiscono se non di differenze. A tali unità è tuttavia opportuno attribuire un’esistenza positiva, per evitare che il nostro spirito non sia in grado di «controllare una simile somma di differenze in cui non c’è mai in nessun momento un punto di riferimento positivo e fermo» [§ 20b, p. 71]. Il concetto di differenza, punto nevralgico della trattazione saussuriana dei fenomeni linguistici, rimanda direttamente alla nozione di valore, che già all’epoca di questi scritti sembra essere dotata di una forma compiuta.

Una bandiera appartenente a un sistema di segnali marittimi che sventola in mezzo ad altre sull’albero di una nave rappresenta un segno, un oggetto dotato di senso per coloro che lo vedono. «Tutto ciò che rappresenta per lo spirito il segnale marittimo di un vessillo rosso o blu procede non da ciò che il vessillo è, non da ciò che si è disposti ad associargli, ma esclusivamente da queste due cose: 1) dalla sua differenza con gli altri segni figuranti nello stesso momento; 2) dalla sua differenza con gli altri segni che si sarebbero potuti innalzare al suo posto e al posto dei segni che l’accompagnano» [§ 12, p. 58]. Questi elementi negativi e differenziali, in cui si riconoscono quelli che nel Cours si chiameranno rapporti in praesentia (sintagmatici) e in absentia (paradigmatici o associativi), sono le sole realtà semiologiche di cui la lingua è costituita.

In questi scritti, osserva De Mauro, è possibile cogliere diverse consonanze wittgensteiniane, sotto molteplici punti di vista. Prima di tutto nel formato stilistico, costituito da brevissimi paragrafi che ricordano gli schizzi paesaggistici delle Ricerche; poi, nella dichiarata sinonimia dei termini significazione e uso; ancora, nella nozione di ‘gioco di segni chiamato lingua’ [§ 6e, p. 36] che richiama i giochi linguistici di wittgensteiniana memoria; inoltre, e questa rappresenta forse una novità nel panorama saussuriano, nella trattazione della sinonimia e nell’affermazione dell’infinita estensibilità dei significati, che rimanda al concetto di indeterminatezza semantica o di dilatabilità permanente dei significati. Dunque, negli SLG alcuni paragrafi [§ 25, 26, 27, 29j] sono dedicati alla discussione di questioni di semantica lessicale, derivanti dall’applicazione dell’impianto teorico strutturale-sistemico al dominio del lessico. Operazione che sembra anticipare di qualche decennio lo sviluppo delle teorie del campo lessicale [Trier J., 1931, Der deutsche Wortschatz im Sinnbezirk des Verstandes. Die Geschichte eines sprachlichen Feldes, Heidelberg, Winter]. Le questioni affrontate sono fondanti e abbracciano l’infinita estensibilità dei significati e il rapporto tra categorie linguistiche e oggetti del mondo.

«La “sinonimia” di una parola è in se stessa infinita, per quanto la parola sia definita in rapporto a un’altra parola» e «volere esaurire le idee contenute in una parola è un’impresa perfettamente chimerica» [§ 27, p. 87]. Il senso di una parola, sostiene Saussure, può accogliere sempre nuove idee, a condizione che queste siano escluse dal senso di altre parole, rappresentando il senso qualcosa di essenzialmente negativo e differenziale. Questo nodo è strettamente connesso con la questione del rapporto tra categorie linguistiche e oggetti extralinguistici. Non vi è, secondo Saussure, alcuna corrispondenza tra le une e gli altri. «La differenza dei termini che fa il sistema d’una lingua non corrisponde da nessuna parte, fosse pure la lingua più perfetta, ai veri rapporti tra le cose» [§ 26, p. 85]. Anzi, la potenza della lingua risiede anche nel chiamare la stessa cosa in modi diversi a seconda dei casi, come casa, costruzione, fabbricato, edificio, immobile, abitazione, residenza. «Così l’esistenza di fatti materiali […] è indifferente per la lingua. Tutto il tempo essa avanza e si muove con l’aiuto della formidabile macchina delle sue categorie negative, in verità disancorate da ogni fatto concreto e proprio per tal via immediatamente disponibili a immagazzinare una idea qualsiasi che venga ad aggiungersi alle precedenti» [ibidem]. È l’affermazione dell’autonomia dell’articolazione linguistica rispetto alle ripartizioni della realtà extralinguistica: tratto tipico dello strutturalismo criticato dai recenti sviluppi linguistici di stampo cognitivo.
Conseguenza interessante e quanto mai attuale delle riflessioni saussuriane sulla semantica lessicale è la negazione della distinzione tra senso proprio e senso figurato di una parola. Tale distinzione presupporrebbe, infatti, ciò che l’autore vuole combattere: l’esistenza di una significazione come entità assoluta e positiva. Il senso proprio, così come quello figurato, non sono altro nel quadro saussuriano che due delle molteplici manifestazioni del senso generale, inteso come «la qualunque delimitazione che risulta dalla presenza di altri termini nello stesso momento» [ibidem].

Allo stesso modo in cui esclude il rapporto tra lingua e mondo dal dominio della linguistica, Saussure vi elimina il regno non linguistico del pensiero puro, o delle categorie assolute dell’idea, indipendenti dai segni vocali [§ 8, p. 44]. «Non tocca al linguista esaminare da dove può realmente cominciare questo affrancamento dal segno vocale, se certe categorie preesistono e altre post-esistono al segno vocale; se, di conseguenza, certe sono assolute e necessarie per lo spirito e altre relative e contingenti» [ibidem]. Il linguista non deve mai perdere di vista l’unione del segno con l’idea. In ciò consiste l’essenza doppia del linguaggio e illudersi di poter considerare separatamente i due ambiti costituirebbe per Saussure uno snaturamento del compito e della funzione della linguistica.

PUBBLICATO IL : 25-09-2005
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