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Michael Baxandall, Parole per le immagini. L'arte rinascimentale e la critica , Bollati Boringhieri, 2009.
di Dario Cecchi

Michael Baxandall, scomparso lo scorso anno, è stato uno dei più importanti storici dell’arte degli ultimi trenta, quaranta anni. Tra le sue opere bisogna ricordare almeno Pittura ed esperienze sociali nell’Italia del Quattrocento e Le forme dell’intenzione. Si associa spesso il nome di Baxandall all’ampio espandersi di un approccio postmoderno nell’ambito delle scienze umane. È vero che il suo modo peculiare di intrecciare metodologie diverse (analisi sociale, filologica ed iconografica) porta spesso a risultati sorprendenti, al classico effetto “rivelatorio” che la migliore ricerca d’impianto postmoderno è riuscita ad ottenere. Baxandall ha avuto la capacità di introdurci in un mondo, fosse esso l’ambiente artistico della Parigi di Picasso o l’Italia centrale dove operavano gli artisti del Rinascimento. Aveva dalla sua la grande ed enorme capacità di condensare i dati “eruditi” per ricavarne un’immagine più perspicua del passato (non solo artistico) che abbiamo alle spalle.
Questo suo ultimo libro, pubblicato in inglese nel 2003 ed uscito in Italia dopo la morte dell’autore, in qualche modo sembra introdurci nell’officina di questo straordinario storico dell’arte. I capitoli, organizzati come veri e propri saggi tenuti insieme da un medesimo filo conduttore (qualcosa del genere era già accaduto nelle Forme dell’intenzione), ci conducono a scoprire una serie di temi (dalla forma mentis di Leon Battista Alberti alla ricezione letteraria di Jacopo Sadoleto della scoperta a Roma del Laocoonte), per lo più legati allo studio del Rinascimento italiano, un periodo che costituisce forse il punto di riferimento del lavoro di Baxandall.
Questo testo, parzialmente eccentrico rispetto alla produzione precedente di Baxandall, testimonia che, dietro ad alcune delle più innovative interpretazioni dell’arte offerte negli anni da Baxandall, si nasconde un’erudizione ed una metodologia “forti”, lontanissime da qualsiasi assimilazione del postmoderno con il pensiero “debole” – e del pensiero debole con la debolezza degli argomenti. Baxandall era uno studioso attento alle fonti delle più svariate provenienze (iconografiche, letterarie ecc.) e la sua visione della storia dell’arte si sorreggeva su una solida impalcatura filologica. Il genio di Baxandall, se così si può dire, consisteva nel saper vedere le figure ed i momenti centrali del movimento storico attraverso la miriade di testimonianze che la tradizione offre. Emergono così vere e proprie “figure della ricerca”, come la forma mentis di Alberti, che assurge ad esempio, insieme singolare ed universale, dell’Umanesimo e del Rinascimento italiano.
In questo senso, questo libro ci permette di ripensare il contributo di Baxandall alla storia dell’arte, soprattutto rinascimentale, come un tentativo di sottoporre a verifica l’ipotesi di Panofski, esemplarmente espressa dallo studioso tedesco nell’agile volume Idea, che individua nel tentativo di rendere sensibile e rappresentabile “l’idea” (l’intelligibile, che di per sé rifiuta ogni configurazione sensibile) il vero filo conduttore della storia dell’arte occidentale. La forma mentis albertiana, come gli altri esempi addotti da Baxandall in questo libro, potrebbero benissimo figurare come capitoli che completano, integrano ed in parte chiariscono l’Idea panofskiana.

C’è poi un ulteriore contributo che questo libro offre al lettore. Il curatore dell’edizione italiana, Francesco Peri, lo chiarisce nella Prefazione, indicando nel titolo la chiave per comprendere questo testo. Parole per immagini (in inglese Words for Pictures) indica sì il lavoro dello studioso, che si sforza di mettere insieme le parole (e gli argomenti) per chiarire il significato delle singole opere d’arte ed il senso della storia dell’arte in genere. C’è però un significato più profondo di questo titolo: Words forPictures significa anche «parole che si sostituiscono alle immagini, che figurano per loro conto». In questo modo Baxandall vuole sottolineare che l’intreccio tra la dimensione discorsiva e la dimensione visiva dell’esperienza umana non è mai districabile del tutto: si possono chiarirne singoli momenti, considerati particolarmente esemplari, ma non si può eliminare l’intreccio in quanto tale, pena la perdita dell’esperienza stessa. È qualcosa che con altrettanta chiarezza è detto in questi anni da W. J. T. Mitchell, uno dei più autorevoli esponenti dei visual studies americani. Baxandall mostra che questa relazione non vale solo per fenomeni contemporanei come la video arte, ma che è vero anche se andiamo a vedere come un evento come il rinvenimento del Laocoonte è recepito (letterariamente) nell’Italia del XVI secolo. È il caso di dire che il vuoto lasciato da Baxandall sarà difficilmente colmato.
PUBBLICATO IL : 04-04-2010

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