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Graziella Tonfoni, I saggi della perpendicolaritą linguistica , Bibliopolis, 2007.
di Luca Viglialoro

Il nuovo lavoro di Graziella Tonfoni, I saggi della perpendicolarità linguistica, segna un passo decisivo nel percorso epistemologico di questa “scienziata e umanista” (come a più riprese è stata definita). La raccolta di saggi qui proposta focalizza il “problema testuale” (p.11) da diverse angolature, pervenendo a dei risultati piuttosto efficaci da un punto di vista sia retorico sia operativo. Un ruolo centralissimo, nel vasto panorama di problemi e implicazioni, lo ha il primo capitolo, “Frase, discorso, testo”, in cui l’autrice, mettendo a frutto la pesante eredità dell’ultimo Chomsky, cerca di reimpostare il binomio frase-testo attraverso un “procedimento modulare” (abbinato ad uno di tipo generativo-trasformazionale) basato sulla compresenza di più settori, in particolare quello sintattico, quello semantico e quello pragmatico. La grammatica della frase, da sola, non può rendere conto delle relazioni sintattiche interfrastiche ed ha bisogno perciò di un più largo spettro d’espansione, la grammatica del discorso, che le offra un’esplicazione soddisfacente dei fenomeni al margine della frase stessa: «Non si tratta di sovrapporre a una grammatica della frase, considerata come insufficiente, un nuovo tipo di grammatica, la grammatica del discorso appunto, vista come diversa e maggiormente esplicativa solo per il fatto di operare sulla base di un’unità sintattica più vasta, il discorso appunto, inteso come megafrase. La grammatica del discorso va considerata, piuttosto, come fondata su fenomeni di discorso che, partendo dalla grammatica della frase, non rispettano le restrizioni da questa imposte, ma le superano in quanto implicano elementi sintattici di riferimento esterni al dominio della frase stessa; la base sintattica risulta comunque sempre quella fondata sulle regole della grammatica della frase» (p. 24). Ora, benché venga auspicata una feconda integrazione tra frase e discorso, per la Tonfoni non è possibile uscire da una dimensione “fraseocentrica”, dotata di un spessore misto, tridimensionale: «Tale serie di considerazioni rientra pur sempre in una prospettiva “fraseocentrica” che si fondi, appunto, in ogni caso, sull’elemento base frase» (p. 27).

E’interessante notare come i livelli – sintattico, semantico e pragmatico – protagonisti dell’intreccio nel procedimento modulare, siano anche i fattori di riferimento di ogni teoria linguistica della traduzione. Infatti nel terzo capitolo, “Dalla frase al testo: per una teoria linguistica della traduzione”, la Tonfoni afferma che una buona traduzione non può fare a meno di considerare il testo nella sua natura di unità multidimensionale. Prima di cominciare a costituire un L2 equivalente ad un testo L1 è necessaria un’analisi profonda dei vari piani del testo, per comprenderne la portata di ciascun elemento. E’, sì, indispensabile rintracciare la frase nucleo (kernel sentence) da ogni originale, ma è altrettanto essenziale, per lo meno per la Tonfoni, tenersi lontano dal principio di una certezza irrazionale nella “traduzione minima”: «[…] ci si può quindi distaccare sempre più dalla impostazione di una “traduzione minima”, che miri a riprodurre cioè solo gli elementi essenziali, prescindendo aprioristicamente dagli ulteriori possibili livelli dell’analisi. Fattori di fondamentale importanza, infatti, come quelli di ambiguità, polisemia, ridondanza, ecc. non devono essere considerati in sé come dati negativi […] ma devono essere valutati piuttosto come essenziali e costitutivi dei sistemi linguistici stessi in gioco nel processo di traduzione e veicolanti gradi di informazione da non perdere» (pp. 67-68). Il testo è perciò un bacino di sedimentazione, e come tale non può che comportare una teoria della traduzione tutt’altro che monodirezionale, mai comunque esauriente. Un eventuale utilizzo di schemi e griglie è possibile solo per mezzo di procedure coesive e pertinenti con l’originale.

Nell’indirizzo testuale appena delineato, appare notevole la proposta nel capitolo conclusivo di questo libro, “Breve storia delle origini e delle finalità della letteratura computazionale”, in cui l’autrice dichiara di aver intrapreso una nuova strada di ricerca che l’ha portata a teorizzare la “letteratura computazionale”. Come iniziatrice di questo nuovo stile, la Tonfoni scrive che il carattere saliente del suo nuovo modo di fare letteratura è la “riscrittura di se stessa”, cioè il chiosare sulle proprie pagine narrative e scientifiche. Quella computazionale è una “scrittura olografica” (come osservava già Laeng nel commento a La multimedialità attiva, 1992) che raddensa significati e valenze, e solo un serio apparato autocritico permette di sottrarre il testo alla violenza interpretativa di altri pensieri militanti. Nella fornace critica di rimandi del testo letterario, è come se la Tonfoni volesse creare un dialogo epistemologico tra lei scrittrice (che, in questo caso, coincide anche con lei  autocommentatrice), il lettore e la comunità degli studiosi.

I saggi della perpendicolarità linguistica, si concludono dunque con l’autrice che, dichiaratamente, mostra la sua appartenenza al postmoderno: per lei, i capolavori di San Tommaso e Dante hanno segnato l’avvio della linguistica computazionale – e, successivamente, della letteratura computazionale.

PUBBLICATO IL : 17-02-2008

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