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Rosa Goglia, La novitÓ metafisica in Cornelio Fabro , Marsilio, 2004
di Stefania Pietroforte

Il titolo del volume di Rosa Goglia potrebbe far pensare a un saggio critico sulla filosofia di Fabro. Di fatto non è così. Si tratta invece di una singolare introduzione all’opera omnia realizzata portando «uno sguardo all’interno dei suoi libri, uno a uno, con un’occhiata all’indice, una perlustrazione ai vari capitoli, un’attenzione alle note e allo sviluppo teoretico delle varie espansioni del suo impegno speculativo»(13). L’aggiunta di una nota biografica e di un’ampia bibliografia degli scritti di Fabro (circa 40 volumi, venti opere tradotte, quasi novecento articoli e centinaia di recensioni) arricchisce il volume e lo connota definitivamente come strumento di accesso al pensiero di uno storico della filosofia che per dottrina e per originalità teoretica si è fatto valere ben oltre l’ambiente cattolico.
     Sulle prime si può restare un po’ confusi dal modo di procedere della Goglia, fatto di un susseguirsi di passi scelti dalle diverse opere e inanellati dal suo filo espositivo, come se si trattasse di una narrazione la cui trama è rappresentata dall’intera opera di Fabro. Ma quando ci si è finalmente acclimatati, sale in primo piano la materia filosofica che l’autrice cerca di trattare, e lo fa mostrandosi in una forma esterna, sì, perché comunque il volume non cede mai alla tentazione di presentarsi come un saggio, ma poi anche “interna”, perché quel guidarci sulle orme filosofiche è caratteristicamente eseguito lasciando che la materia stessa parli, che il pensiero si faccia avanti con le parole proprie del suo autore.

     Proprio per questo motivo, malgrado l’autrice non manchi di rilevare anche cose poco note e tuttavia degne di attenzione (per es. gli studi sulla percezione sensoriale e intelligibile che sembrano risentire della filosofia fenomenologica, oppure le osservazioni sul pensiero di Emanuele Severino o, ancora, il lavoro di verifica dottrinale e spirituale degli scritti di Edith Stein affidatogli dalla Sacra Congregazione per la causa dei Santi), ad emergere con forza sono i due punti attorno ai quali l’interesse teoretico di Fabro si è senz’altro più sviluppato: l’interpretazione di S.Tommaso e quella di Kierkegaard.
     E’ certamente la «scoperta strana e occasionale, ma non casuale»(26), come egli stesso la descrive, che «l’ultima formula del principio di causa deve esprimere la fondazione della prima forma di causalità cioè contenere l’evidenza della prima dipendenza della creatura dal Creatore», scoperta fatta a partire dalla Summa Teologica di S. Tommaso (I, 44, 1) «ove mi balzò viva la formula della partecipazione che ritrovai ben presto confermata nei testi paralleli con crescendo significativo di precisione e profondità»(26), a costituire la base d’appoggio di tutta la riflessione successiva di Fabro. L’idea che vi è contenuta è che nella filosofia di S. Tommaso, dove si coglie a fondamento del rapporto di potenza e di atto quello di partecipazione, si formuli per la prima volta con nettezza la differenza metafisica tra essenza ed esse e si veda quest’ultimo come atto di ogni atto. La combinazione originale di un motivo squisitamente aristotelico, quello del rapporto tra la potenza e l’atto, e di uno peculiarmente platonico, quello della partecipazione, renderebbe pensabile l’ente come non-ens (ma non per questo nulla) rispetto all’esse e l’esse, a sua volta, come assoluta garanzia ontologica, come atto, di cui ogni atto non può fare a meno. Da questa “novità metafisica” mai riconosciuta prima nel tomismo, Fabro muove per criticare quelle tendenze fuorvianti delle filosofie storicamente determinate che hanno consegnato all’ente il senso che appartiene all’esse, ma attacca anche Heidegger che, pure critico nei confronti della falsa metafisica, non sarebbe comunque riuscito a riconoscere il ruolo assolutamente preminente dell’esse.

     Questa posizione, che mina alla radice la supremazia dell’essenza, costituisce lo sfondo per trovare in Kierkegaard il complementare filosofico. Il filosofo danese, del quale Fabro è stato traduttore e studioso tra i più competenti, è visto come il deciso sostenitore della libertà, intesa come scelta del singolo a favore di Dio. Il suo esistenzialismo si presenta così, ai suoi occhi, come la conseguenza coerente di una visione dell’ente di cui S. Tommaso aveva messo a nudo la struttura ontologica. Risalta così, per contrasto, la distanza che separa la ricerca di Fabro da quella, per es., di Bontadini  che, quasi negli stessi anni rifletteva anche lui sulla storia della filosofia e sulla sua dialettica occultante o meno. Ma di una simile osservazione nel volume della Goglia non si troverebbe traccia: esso resta ciò che programmaticamente intende essere, ovvero lo strumento approntato da un’allieva devota a maggior beneficio dello studio del maestro.

PUBBLICATO IL : 23-11-2005
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