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Gianni Vattimo con Piergiorgio Paterlini, Non essere Dio - uní autobiografia a quattro mani , Aliberti, 2006
di Andrea Bellocci

Singolare, già nella forma, l’ultima opera di Gianni Vattimo: non è scritta da lui, ma da Piergiorgio Paterlini, e per questo non può definirsi un’ autobiografia, né, d’altronde, si tratta di una biografia, in quanto Vattimo non solo la controfirma, ma è egli stesso che parla in prima persona, rivolgendosi e raccontandosi peraltro a Stefano, l’attuale (si suppone) compagno del filosofo torinese. È dunque nel segno del colloquio, della conversazione che va letto quello che, altrimenti, sembrerebbe essere un mero monologo. Un’ “(auto)biografia”, così la definisce Paterlini nella prefazione: una sorta di “monologo dialogico” verrebbe da dire. D’altronde, è proprio nel segno del dialogo e della conversazione che, secondo Vattimo, l’Essere si dà a noi: «Se l’Essere accade nella storia, accade nelle lingue storiche, dunque nel linguaggio, nel dialogo degli uomini, nella conversazione umana» (p. 131). Già questo, che non è un mero intreccio, una “trovata”, ma una vera e propria fusione tra forma e contenuto, vita vissuta e convinzioni espresse, costituisce un indizio, una buona ragione per prendere davvero sul serio la dichiarazione dell’autore su quanto vita e filosofia non debbano essere disgiunte: «La filosofia, da sempre, per me deve essere utile, è strettamente intrecciata alla vita» (p. 126). Risulterebbe a questo punto fuorviante leggere in chiave maliziosa questo tema dell’ Essere, ovverosia in forma e tonalità altisonanti e pompose, quasi che il dialogo tra Vattimo e Paterlini, o tra Vattimo e Stefano, fosse di per sé l’apertura di un paradigma, di un nuovo orizzonte epocale. O forse è così, forse questo colloquio è concepito davvero come l’apertura di un orizzonte: ma, allora, bisognerà fare attenzione e vedere bene se, per avventura, l’ironia (personale e filosofica) di Vattimo non abbia preceduto la facile “malizia”: l’Essere di cui parla Vattimo, com’è ormai noto a tutti coloro che abbiano una qualche familiarità col “pensiero debole”, si presenta con i tratti di indebolimento, alleggerimento, derealizzazione e ironia tipici della post-modernità. Basti leggere, a riprova di ciò, l’incipit, in cui Vattimo inaugura (e, occorre aggiungere, sceglie di inaugurare la narrazione proprio così) i suoi settant’anni con una capocciata (letterale, non metaforica, tiene a specificare l’ autore).
L’ essere, speculativamente, non è una struttura forte, un fondamento ultimo, ma una traccia che si allontana, umile, ironica, dimessa; la “confessione” di vita, personale, ha, guarda caso, gli stessi tratti.
E senza alcuna reticenza inizia la narrazione, partendo dalle “origini”: la guerra vista e vissuta da bambino «Ho sentito le bombe cadermi addosso» (p. 18); la casa rasa al suolo, lo sfollamento e il viaggio di notte verso Cetraro, in Calabria, mentre «bombardavano i binari» (p. 19); il ritorno a Torino: «Io parlavo solo dialetto calabrese e per questo venivo picchiato dai compagni in quanto terrone». Seguono gli anni del liceo, passati sotto la guida dell’ «Ultra-tomista: monsignor Pietro Caramello. Uno che trovava troppo progressista perfino definirsi neo-tomista» (p. 21); quelli dell’ università, dove Vattimo ha come «Maestro, e poi amico per tutta la vita» Luigi Pareyson; suo il consiglio, dopo la tesi assegnatagli sul “concetto di fare in Aristotele”, di dedicarsi allo studio di Nietzsche: è qui, e soprattutto dalla lettura incrociata di Nietzsche e Heidegger, che inizia il vero e proprio itinerario speculativo di Vattimo: «la doppia svolta (…) Sicuramente quella da cui ha preso origine tutto» (p. 25). Le riflessioni nietzscheane contro la modernità, l’immagine dell’uomo moderno che si aggira nel giardino della storia come in un deposito di maschere teatrali si incrociano alla storia dell’Essere delineata da Heidegger nella Lettera sull’ umanismo: «Questa storia dell’Essere mi intriga perché sembra poter raccogliere la mia eredità religiosa e, in più, ci vedo (…) una prospettiva filosofica, ma anche esistenziale e politica, di libertà, di liberazione» (pp. 25-26). Di fondamentale importanza il tema nietzscheano della morte di Dio, interpretato da Vattimo non come una mera professione di ateismo intellettuale, ma come del tutto equivalente alla polemica heideggeriana contro la metafisica, ovvero contro la pretesa, protrattasi «da Parmenide in avanti, che crede di poter afferrare un fondamento ultimo della realtà nella forma di una struttura oggettiva stabile, strutturale dell’ Essere, in nome della libertà (…) Per me questo è un primo passaggio, un inizio, non ancora nominato ma importantissimo, di quello che una ventina d’anni dopo si chiamerà “pensiero debole” (…) Io la faccio finita per sempre con ogni forma di tomismo e mi ubriaco di libertà» (p. 29).
Nel 1961 la prima conferenza filosofica tenuta a Torino, davanti ai “mostri sacri” della filosofia di allora: Abbagnano, Chiodi, Guzzo, Bobbio, Pareyson etc.: «Ho venticinque anni, il mio narcisismo è alle stelle» (p. 36). Poi la perdita della religione cattolica, il “risveglio” maoista, le marchette: «quelle cose terrificanti che facevo nottetempo. Di nascosto. Anche da me stesso» (p. 83). Nel ‘ 68 Vattimo incontra i suoi amori, si innamora di Julio, ballerino peruviano, poi di Gianpiero, di Sergio.
Nel 1976, proprio mentre il timore di essere stato casualmente, fatalmente “scoperto” sembrerebbe togliergli ogni chance di amicizia, di carriera, di tutto, viene eletto preside della facoltà. Nel 1979 il “pensiero debole” diventa il titolo di un libro collettivo: «sembra incredibile oggi che tutti ne rifuggono come dalla peste» (p. 106); Vattimo radicalizza la concezione heideggeriana, giudicata ancora in qualche maniera “nostalgica” di un possibile, inaspettato ritorno dell’Essere, ed opera la sua lettura “di sinistra”: la storia dell’Essere va pensata come la storia di qualcosa che sempre più si sottrae, si allontana, si alleggerisce; quest’idea suggerisce la preferenza accordata a un’ “etica della debolezza”, l’idea inoltre di una forma di liberazione ed emancipazione sociale, frutto proprio dell’ alleggerimento dei rapporti sociali prodotto dalla tecnologia, la post-modernità infine come culmine, crisi della ragione metafisica e la fine della società totalitaria, della razionalità centrale. Nonostante quella del pensiero debole fosse una “forte proposta filosofica”, oltrechè “ragionevole”, “dialogica”, «si scatena il finimondo» (p. 108); una serie di attacchi a catena sul fronte personale, filosofico, politico colpisce Vattimo «nella provincia italiana, nel resto del mondo assolutamente no», e «non accenna a finire. Perché?» Il perché, l’ origine di tutto Vattimo lo rintraccia, senza mezzi termini, proprio nelle sue origini: il padre poliziotto calabrese emigrato al nord, la madre sarta; l’odio dell’autore è tutto riservato alla “terrazza romana”, «una terrazza metaforica eppure molto concreta» (p. 112), singolare miscuglio di intellettualismo politico e filosofico ineludibilmente snob, classista: «Perché non sono parente, non sono dentro il giro e c’è sempre questa riserva mentale, questa rete di insofferenza nei miei confronti. È una riserva di classe, io sono un proletario, c’è poco da friggere. Poi sarò anche un intellettuale, ma prima di tutto provengo dai bassifondi, non nasco bene, sono uno che viene dal nulla e, come se non bastasse, sono un miserabile ex cattolico. Mio padre era calabrese. E faceva il poliziotto» (p. 117).
Un filo rosso percorre l’opera, pesante, scandaloso, orribile; il senso di solitudine e dolore dovuto alle morti di tutte le persone amate, dei suoi due compagni Gianpiero e Sergio, l’uno ammalatosi e morto per aids nel 1992, a quarantatre anni, l’altro per un tumore nel 2003, a quarantasette anni: «Sono sopravvissuto alle persone più care, alla mia famiglia. Per la prima volta sono solo. E sono diventato un esperto di un genere letterario molto particolare, i necrologi» (pp. 140-141). «Vado al cimitero tutte le domeniche – qui al Monumentale – dove ci sono, una sopra l’ altra, le lapidi di Gianpiero e Sergio, e un loculo vuoto che mi aspetta. Mi sento in pace» (p. 16).
Rimasto solo, Vattimo torna con accanimento all’impegno politico: l’esperienza come parlamentare europeo, dal 1999 al 2004, lascia poche tracce, amare, disilluse; e tuttavia «È lì che sono diventato comunista davvero. Cioè ho capito che, quando il mondo è integrato a questo punto di controllabilità, o è diretto da un governo “socialista” o sei nelle mani dei primi petrolieri texani che arrivano. Come succede adesso. Mi sono fatto l’ idea che il futuro sarà socialista o non sarà» (p. 171). Poi, nel 2005, il “vero” ritorno: Vattimo viene invitato a candidarsi come sindaco a San Giovanni in Fiore, in Calabria, «la Calabria delle mie origini» (p. 173) «San Giovanni in Fiore ha rappresentato per me una volta di più l’ esperienza della famiglia, la mia invincibile nostalgia (…) venivano tutti a sentirmi: un frocio, del nord, un filosofo» (p. 174).
Infine, l’ultima tappa, quella forse più “scandalosa”: Vattimo ridiventa cristiano, riscopre il cristianesimo grazie all’incontro con Renè Girard: alla visione del Cristo come capro espiatorio per eccellenza, simbolo del sacrificio vittimario per eccellenza, indispensabile affinché non si ripiombi nello stato di violenza originario, Vattimo oppone tuttavia la sua visione del Cristo come colui che non tanto compie, quanto smentisce la necessità e sacralità della vittima, messo in croce anzi proprio in quanto vivente, umile smentita del meccanismo vittimario. È ora che Vattimo arriva a concepire la secolarizzazione nichilistica tipica della modernità come deriva necessariamente inscritta nel cristianesimo: se Cristo è il primo grande desacralizzatore, il cristianesimo è una religione che si annulla come tale: «Tutti i fenomeni della modernità in quanto desacralizzazione del sacro sono l’ eredità del cristianesimo. L’ indebolimento è una visione della modernità come vera realizzazione del cristianesimo in termini non sacrali (…) Il nichilismo post-moderno è la forma aggiornata del cristianesimo. E dunque il pensiero debole è l’unica filosofia cristiana sul mercato. Però il mercato se ne infischia» (p. 182). Il pensiero debole è dunque concepito, ora, non solo come fortemente tributario, ma come inscritto esso stesso nella verità del cristianesimo, il cui dogma centrale, l’incarnazione di Dio, ovvero lo svuotamento che Dio compie della propria assolutezza, corrisponde  perfettamente a quella vocazione all’indebolimento dell’Essere che caratterizza il nichilismo post-moderno.
L’ opera inizia e finisce con una sorta di inno alla libertà: all’inizio, all’astio dei nemici e al rimprovero rivoltogli dagli stessi amici di “sputtanarsi” così, Vattimo replica: «Posso dire che D’ Alema è da rottamare o raccontare a “Vanity Fair” che mi sono innamorato di un cubista ventenne. Lo faccio per questa inedità libertà (…) non per gusto della provocazione o per esibizionismo (…) Mi rimproverano: “Ma perché lo fai?”. Oppure: “Chi te lo fa fare, potresti essere un guru e ti sputtani così”. Io sorrido: lo faccio perché mi sento libero: perché sono libero. Ed è una cosa che mi tengo cara. Finalmente. Senza paure, senza mediazioni, senza ricatti possibili, senza creare dolore a mia madre, a Gianpiero…Senza chiese. Senza partiti. Ah, che bello» (p. 12). Alla fine, a narrazione compiuta, ed il senso è ora inevitabilmente meno trionfalistico, carico di un’amarezza a fatica dissimulata: «Sconfitto in tutti i luoghi del mondo, non mi sono mai sentito così libero. Cesare Annibaldi – sì, quello della Fiat – ma ha detto un giorno, citando una folgorante battuta di Ennio Flaiano: “L’ insuccesso ti ha dato alla testa”. Sarà questo. Alla fine, senza che mai me lo sia detto così esplicitamente e con tanta forza, su tutto io ho cercato la libertà. Per me. Per gli altri. Più ancora dell’amore forse, più della fama e del successo certamente, più del potere di sicuro, io ho cercato la libertà. Consapevole che si può essere molto soli senza essere liberi, ma è difficile essere veramente liberi senza essere un po’soli. Forse è questo che non mi viene perdonato. Forse è per questo che la mia ultima avventura politica si è consumata nel segno di Gioacchino da Fiore, nel Sud dal quale provengo» (p. 195).
Non è vero, com’ è stato recentemente scritto (cfr. la recensione al libro di Antonio Gnoli su Repubblica, 7 novembre 2006) che l’opera è esente da retorica, anzi, ne è letteralmente infarcita; così come, con buona pace dello stesso Vattimo, una certa aneddotica sensazionalistica e provocatoria si accompagna ad un linguaggio talvolta eccessivamente sciatto, quasi “giovanilistico” (voluto, probabilmente, ma poco conta). Vattimo sembrerebbe irretito davvero, come confessa lui stesso, sub contraria specie nell’odiato snobismo intellettualistico della “terrazza romana”; e calca insistentemente sui suoi “amati difetti”: guru di provincia, proletario, frocio, filosofo ammirato in tutto il mondo, anzi l’unico filosofo in Italia con una sua proposta originale, ma incompreso nella accademica provincia italiana...Eppure lo stesso autore dichiara a più riprese di non prendersi sul serio, non solo, addirittura di sentire dietro i propri successi internazionali un “inganno, un “bluff”; e motiva questa sua insicurezza proprio col ricorso alla “terrazza romana: «Riescono – lo ammetto – a farmi sentire sempre un po’ fuori posto. Non c’ è niente da fare. Mi sento e mi sentirò sempre un parvenu» (p. 116). Il quadro finale è dunque, in qualche modo e di necessità, controverso: a volte retorico, superficiale, “facile”; altre amaro, quasi desolato, coraggioso, sicuramente onesto.
Di certo Vattimo si presenta, nel bene e nel male, come profondo interprete di se stesso, e si riconferma, a ragione, come uno dei più acuti e singolari interpreti della post-modernità. Taccia per una volta la “terrazza romana”. E si facciano indietro fanatici detrattori e fanatici ammiratori del filosofo.

PUBBLICATO IL : 25-03-2007
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