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La volontÓ collettiva nazionale-popolare: Rousseau, Hegel e Gramsci a confronto
di Manuela Ausilio

Sommario: Ben poco s’è indagato in ambito filosofico sulla continuità della riflessione politica di Rousseau e Gramsci e solo nell'ultimo decennio s'è aperta la riflessione in merito in America Latina. Se certamente evidente è la ricezione gramsciana della riflessione idealista e hegeliana in particolare – più volte da Gramsci esplicitamente testimoniata –, non altrettanto lo è la ricezione dei contribuiti del pensatore ginevrino, riscontrabili quasi unicamente in relazione agli scritti, per dir così, "pedagogici" di Gramsci. Tuttavia tale mancata evidenza della presenza di Rousseau nella lettera dei testi gramsciani non esclude affatto una riflessione sulla ricezione dello spirito della filosofia rousseauiana, tanto più se consideriamo come sia ben presente nella filosofia hegeliana stessa la valorizzazione e rielaborazione del pensiero politico di Rousseau ed in particolare del concetto di volonté générale.
Prima pagina:

A partire dal rifiuto d'ogni visione meccanicistica del rapporto fra struttura economica e sovrastruttura politico-ideologica, Gramsci configura il comunismo quale «società regolata». Per comprendere tale definizione e le sue radici teoriche – che individueremo nel concetto gramsciano di «volontà collettiva nazionale-popolare» – richiameremo brevemente l'attenzione sul concetto di volonté générale sistematizzato nella riflessione politica di uno dei più significativi pensatori della tradizione politica moderna: Jean-Jacques Rousseau.
Non v'è dubbio che ben poco s’è indagato in ambito filosofico sulla continuità della riflessione politica di Rousseau e Gramsci e solo nell'ultimo decennio s'è aperta la riflessione in merito in America Latina. Se certamente evidente è la ricezione gramsciana della riflessione idealista e hegeliana in particolare – più volte da Gramsci esplicitamente testimoniata –, non altrettanto lo è la ricezione dei contribuiti del pensatore ginevrino, riscontrabili quasi unicamente in relazione agli scritti, per dir così, "pedagogici" di Gramsci. Tuttavia tale mancata evidenza della presenza di Rousseau nella lettera dei testi gramsciani non esclude affatto una riflessione sulla ricezione dello spirito della filosofia rousseauiana, tanto più se consideriamo come sia ben presente nella filosofia hegeliana stessa la valorizzazione e rielaborazione del pensiero politico di Rousseau ed in particolare del concetto di volonté générale. Nonostante aspre critiche, Hegel interiorizza numerosi motivi del pensiero politico del ginevrino. 1) Per un verso difatti, Rousseau parrebbe rientrare a pieno titolo nella tradizione contrattualista, legando il proprio nome al principio della volontà soggettiva. Rousseau - sostiene Hegel -, «ha colto la volontà soltanto nella forma determinata della volontà singolare» e perciò ha poi inteso (fraintendendola) la dimensione universale della volontà sovrana. Egli infatti la ha ritenuta «non come il razionale in sé e per sé della volontà, ma solo come ciò che è comune, come il risultato cosciente dell’incontro fra le volontà dei singoli». Ma risultato di ciò è che «l’unione degli individui nello stato diviene un contratto, il quale ha quindi per base il loro arbitrio». 2) In realtà Hegel rileva in seconda battuta come fu lo stesso Rousseau a dissolvere dall’interno, più o meno consapevolmente, l’idea secondo cui la collettività risulterebbe da una mera sommatoria d’interessi individuali e dunque lo stesso paradigma contrattualista. Per un verso, infatti, Rousseau riconosce nel comune la nascita della società moderna come il divaricarsi fra base materiale del lavoro salariato e forme del riconoscimento giuridico (non v’è passaggio immediato fra individuo e Stato così come non v’è fra singoli governati, in balia di interessi parziali e dell’individualismo proprietario, e volonté générale). Tuttavia tale passaggio, mediato fenomenicamente da un lungo e doloroso processo storico, in ultimo essenzialmente si rivela atto pratico di ragione collettiva al di là di interessi empirici. Per dirla con Rousseau: «Subito al posto della persona singola di ogni contraente, quest'atto di associazione crea un corpo morale e collettivo, [...] che riceve da quest'atto stesso la sua unità, il suo io comune, la sua vita e la sua volontà», parrebbe quasi in senso trascendentale. Sorprende non poco l'assonanza semantica e concettuale con le affermazioni di Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere in merito «allo stato etico o di cultura». Se per un verso Gramsci più volte riconosce esplicitamente il proprio debito nei confronti di Hegel in merito, per l'altro diversamente dalla concezione hegeliana -  «propria di un periodo in cui lo sviluppo in estensione della borghesia poteva apparire illimitato» e dunque l’eticità o universalità di essa poteva essere affermata nei termini: tutto il genere umano sarà borghese - Gramsci sostiene che unicamente a seguito del superamento della partizione in classi sarà possibile realizzare uno Stato compiutamente etico, corrispondente all’inveramento-superamento del suo concetto in «un organismo sociale unitario tecnico-morale». 

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PUBBLICATO IL : 12-12-2007
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